War Has Changed?
I videogiochi hanno provato a farti capire che la guerra è merda, te eri troppo preso dai Livelli Prestigio di COD
La mia generazione non ha scuse.
30 e passa anni sprecati a spararsi addosso nei giochini e riusciamo ancora a giustificare il farlo IRL. Non ha nemmeno senso invocare l’articolo 11 della Costituzione, uno smoking che usiamo per vestire il maiale che siamo diventati.
La Costituzione è una cosa lontana, l’hai intravista a scuola e magari te l’hanno spiegata di cazzo perché il prof. di Diritto & Economia era lì per lo stipendio più che per cercare di renderti unə adultə funzionale. I videogiochi no. Siamo la generazione di Call of Duty, ci siamo presi nei denti Modern Warfare 2, Metal Gear Solid 3, un sacco di giochi su cui ci facciamo ancora oggi le seghe eppure non abbiamo capito un cazzo di quello che volevano dirci.
Ti offendi a morte se scrivo “giochini”, e poi siamo qui a legittimare Donald Trump.
Prima dell’ennesima pagina di Politica & Videogiochi tocca advertizzare il solito podcast. Dove si parla anche lì di politica, ma ormai è tipo fottutamente inevitabile a meno di essere YouTuber democristiani.
Le conseguenze del 2025 sui videogiochi | podcast
È stato l’anno dell’IA (e delle RAM che diventano le terre rare dei nerd). Dei licenziamenti e delle acquisizioni, dei soldi sempre più arabi e cinesi. Dell’informazione sempre più in mano a chi è in conflitto di interessi.
Il 2025 ha cambiato parecchio la situa a livello videoludico, insomma. Quello che non cambia è che devi ascoltare Gameromancer.
Perché l’alternativa è chi di queste stronzate sceglie di non parlare.
Kojima vs Zampella | segamentale
di Pietro “Phatejoker” Iacullo
Nel gioco che ha cambiato la guerra nei videogiochi Vince Zampella diceva che la guerra non cambia mai. L’anno prima Hideo Kojima sosteneva il contrario, nonostante Metal Gear Solid 4 non cambiasse sostanzialmente un gran cazzo rispetto a quello che la saga era stata dall’aggiunta del “solid” nel titolo in poi.
Non saprei dire chi avesse ragione. Per tanti versi mi sembra stessa merda, altro giorno.
Gli USA continuano ad “esportare democrazia” dove c’è un po’ di petrolio, al massimo adesso alla lista della spesa si sono aggiunte pure le terre rare manco fosse una partita di Magic l’Adunanza. Noi continuamo ad andargli appresso in “missioni di pace” dove alla fine a prenderla in culo sono le famiglie di chi è costretto ad andare in Iraq, Afganistan, nel fottuto Kosovo ancora oggi che è il 2026.
Ad essere cambiate mi sembrano più che altro le reazioni a tutte queste stronzate.
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ma gli italiani mica tanto. Qualcuno dà ragione a Putin e a Trump, qualcun altro si incazza se gli fai notare che tra Hamas e suo nonno partigiano scannato dai fascisti non c’è poi tutta questa differenza, pure suo nonno si è trovato in una situazione del cazzo da cui ha provato ad uscire prendendo il fucile e sparando agli invasori.
Oggi l’antifascismo è ritenuto woke, e in questo c’aveva ragione Hideo Kojima, ma più che altro in Metal Gear Solid 2.
E la cosa che mi inquieta è che noi queste stronzate le abbiamo vissute, per quanto fossimo davanti allo schermo di un PC o a un televisore. Possiamo immaginare cosa vuol dire premere il grilletto IRL perché abbiamo premuto R2 sul Dualshock 3, siamo sbarcati in Normandia e siamo stati anche terroristi, ma evidentemente da tutto questo non abbiamo tratto nessuna lezione.
Non so se la guerra sia cambiata o se la guerra non cambi mai. So solo che noi avremmo dovuto capire che a fine run sulla leaderboard non comparirà nessuno dei nostri nomi.
Se l’avessimo capito adesso tutta questa merda esisterebbe solo nei videogiochi, invece di essere politica internazionale.
Altre facezie di cui parlare questa settimana
Te lo sapevi che Palworld è una gran ficata?
di Richard “Amaterasu” Sintoni
Priviamo un attimo Internet di tutte le news, i meme e le querele che Pocket Pair s’è portata in casa da quei simpaticoni della Grande N. Sai cosa ci troviamo?
Ci troviamo un gioco che sì, è un Monster Collector ma che la mano ce la calca più sulla parte survival. Che per inciso è quella parte che troppo spesso si è dimenticata di citare perché era più importante fare le pulci al cazzo per le similitudini coi Pokémon.
I mostrilli devi catturarli sì, ma poi non basta metterli in un box e tirarli fuori perché si menino con gli altri. Li puoi mettere a lavorare i campi, a tagliare legna, a cucinare. Tutto dipende da cosa fa quel Pal, quali sono le sue competenze e quanto è incline a lavorare, perché ci stanno pure quelli che vogliono fare solo i girasagre e guardare gli altri piegare la schiena.
Puoi decidere se crearti la tua base dove tutti i mostrilli lavorano mentre tu fai di tutto per far si che le cose funzionino al meglio e siano felici. Oppure puoi pure trattarli da mera forza lavoro e trasformarli in kebab quando diventano più scazzati che produttivi.
C’hai tutta una serie di attività e robe da fare delle quali non si parla mai perché “certo che questi hanno scopiazzato tutto dai Pokémon”, quando in realtà sotto i meme e le scartoffie legali c’è un gioco della madonna che dovrebbe essere giocato da tutti gli amanti del survival.
Poi oh, diciamola tutta: per essere un early access c’ha più contenuto della maggior parte della concorrenza.
E costa pure meno del cut conten- cioè del DLC di Z/A.
Che fine hanno fatto i videogiochi che raccontano la guerra?
di Pietro “Phatejoker” Iacullo
Stiamo vivendo un periodo storico pieno di conflitti e di conseguenza mi aspetterei diversi videogiochi che riflettano sulla guerra. Mi aspetterei Spec Ops: The Line, mi aspetterei qualcosa che mi faccia vedere quanto sono superficiali le rappresentazioni della guerra dove tu sei un eroe e gli altri invariabilmente i cattivi.
Mi aspetterei Niente Russo di Modern Warfare 2, o almeno quella splash page di Battlefield 1 che mi ricorda come 60 milioni di soldati abbiano combattuto “la Guerra che doveva far finire tutte le guerre” e che invece non ha fatto finire un cazzo.
Invece posso giocare a Battlefield, sì, ma è il 6. Quello che mi è piaciuto così tanto e che ha fatto il culo a Call of Duty, ma è l’ennesima spettacolarizzazione di una cosa che dovrebbe farci orrore.
La cosa più stronza, forse, è proprio questa. Non sono meglio degli altri e anche io cado nella stessa cazzo di trappola, gioco a Battlefield 6 invece di raccontarti Spec Ops: The Line, soprattutto adesso che è stato delistato pure dai vari store e l’unico modo per giocarlo è recuperare una copia fisica per PS3 o Xbox 360.
“War has changed”, diceva Metal Gear Solid 4 in un lontanissimo 2008.
Non conosco abbastanza geopolitica o strategia militare per decidere se Kojima dicesse cazzate o meno. Conosco solo i videogiochi, e lì la guerra mi sembra cambiata.
È diventata una scusa per spararsi addosso PvP. O per normalizzare i colpi di stato nella vita vera.
10 anni dopo Pony Island e non so ancora come cazzo parlartene.
di Pietro “Phatejoker” Iacullo
Oggi potrei dirti che è il primo gioco commerciale di Daniel Mullins, il pazzo bastardo dietro quell’Inscryption che nel 2021 ha mandato mezzo mondo videoludico in sbattimento.
Potrei dirti che secondo me tutto sommato è ancora oggi il suo gioco migliore, ma probabilmente la penso così perché l’ho giocato prima di Inscryption (e di The Hex) e quindi è Pony Island quello che mi ha marchiato a fuoco, che mi ha fatto pensare a come Daniel Mullins sia un Hideo Kojima nato 20 anni più tardi e senza i soldi di Konami alle spalle.
Pony Island mi ha scopato il cervello tanto quanto la boss fight con Psycho Mantis, tanto quanto roba tipo The Stanley Parable e Nier Automata.
È uno di quei giochi che mi ha fatto capire quanto cazzo può dire il videogioco come linguaggio, se chi ha programmato il videogioco dall’altra parte sa usare quella grammatica. O se è abbastanza pazzo da prendere i libri di game design e pisciarci sopra.
10 anni dopo Pony Island gioco ancora ai videogiochi nella speranza di inciampare su qualcosa così, capace di lasciarmi senza parole se non “CHE CAZZO ASPETTI A GIOCARLO?”.
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A memoria se ne era parlato (molto peggio e con molta meno autorità) in un vecchio Amanda Reel, ma per la serie “cose che chi si fa pagare le sponsorizzate da Microsoft sostenendo che sia quello il discrimine tra chi vale e chi no non ti dice”. C’è un motivo perché da grande voglio essere People Make Games e non il rip-off di Everyeye ma su Twitch.
È impossibile parlare di videogiochi senza mettere di mezzo la politica. Lo è sempre stato, ma nella società di oggi è ancora più impossibile perché quello che compri su qualunque store – perfino la scelta del fottuto store dove spendere i soldi – ha delle implicazioni.
Tienilo a mente, se sei arrivatə a leggere fin qui. Non tanto perché ci sarà chi rivendica degli spazi videoludici dove la politica resta fuori, ma perché è importante che iniziamo a prestare occhio a chi di politica si riempie la bocca e poi si lega a progetti dove questa trova spazio solo quando fa comodo.
Mind the fucking gap. Oggi come non mai.
6 ottobre 1944, durante l’ultima fase della Guerra del Pacifico, un gruppo di commando statunitensi si infiltra in un’isola controllata dalla marina imperiale giapponese nel mare del Giappone. La squadra, dopo lo sbarco, recupera uno scienziato giapponese disertore che stava lavorando ad un’arma segreta, dal nome in codice Pietro Riparbelli.




