Dal Gamergate all'invasione del Venezuela
L'effetto farfalla che è planato in culo ai videogiochi
L’invasione del Venezuela è iniziata coi videogiochi. Sembra una stronzata, ma seguimi per un attimo.
È una di quelle settimane dove mi sa che la segamentale deve necessariamente prendersi il primo spazio, lasciando lo spam di podcast & patreon & stronzate varie a dopo. Quindi non perdo altro tempo scrivendo questa intro ridicola e andiamo al sodo.
Una volta era tutto Gamergate, ora sono tutti cazzi nostri | segamentale
di Pietro “Phatejoker” Iacullo
È il fottuto effetto farfalla. Un gruppo di stronzi vuole “preservare i cari vecchi videogiochi” e anni dopo Donald Trump anche grazie a loro invade il Venezuela.
Bisogna tornare indietro fino al 2005. World of Warcraft è uscito da un anno ed è già diventato l’ossessione di un sacco di gente. Ne parla anche chi non ci gioca, sull’onda di quel video virale dove un tizio urla “Leeroy Jenkins” prima di lanciarsi in battaglia rovinando i piani d’attacco di tutto il suo party. Dove noi giocatori vediamo un videogioco un certo Steve Bannon – lo stesso Steve Bannon che poi diventerà il braccio destro di Donald Trump durante il suo primo mandato – vede un’opportunità di business: recupera un po’ di fondi da Goldman Sachs, dove ha lavorato per un paio di anni dopo il servizio militare in marina, e fonda IGE, Internet Gaming Entertainment.
IGE, che ha sede ad Hong Kong, si occupa di assumere manodopera cinese a basso costo per farla giocare a WoW e farmare oro in-game, che poi viene venduto ai giocatori in cambio di dollari veri.
La cosa fa incazzare un sacco di gente (tra cui la stessa Blizzard che inizia a bannare gli account di IGE) e il business model si rivela un disastro, però è qui che Bannon capisce una cosa molto importante: a WoW giocano un sacco di “maschi bianchi senza radici” che hanno “un potere mostruoso”.
È gente che si sente abbandonata dalla società e che ha trovato rifugio in WoW e nei videogiochi, ma soprattutto è gente che vota. E il cui voto può essere pilotato.
Bannon nel 2007 intanto ha fondato Breitbart News, giornale che lui stesso definisce “la piattaforma dell’alt-right”. Tra le firme di Breitbart News spicca in particolare Milo Yiannopoulos, attivo sul portale dal 2014 al 2017. Yiannopoulos è un feroce oppositore dell’Islam, del femminismo e della “giustizia sociale”, e diventa un tassello fondamentale nel reclutare quell’esercito di giocatori e troll di Internet, che come dice Bannon “arrivano per il Gamergate o cose del genere e poi vengono rigirati sulla politica e Trump”.
Già, perché le cose iniziano a scaldarsi proprio a partire dal 2014, l’anno in cui tutto quello che oggi definiremo “anti-woke” esplode violentemente proprio a partire dai videogiochi.
Il pretesto è l’accusa che Depression Quest, il videogioco di Zoe Quinn, sia stato recensito positivamente su Kotaku in cambio di favori sessuali. Poco importa che l’accusa arrivi dall’ex ragazzo di Quinn (non esattamente una fonte neutrale) e che su Kotaku non sia mai stata pubblicata una recensione di Depression Quest, su Internet basta dire qualcosa perché diventi reale e il caso di Depression Quest è troppo ghiotto per non sfruttarlo per fare propaganda.
“Il giornalismo videoludico non ha etica, è troppo colluso con sviluppatori e publisher”. E sticazzi se il problema etico esiste da ben prima del Gamergate (Microsoft per il lancio della prima Xbox aveva portato a Cannes diversi giornalisti, completamente spesati) e che continuerà ad esistere anche dopo. “Videogiochi come Depression Quest minacciano i veri videogiochi, portano avanti un’agenda politica che vuole trattare temi che non ci interessano, noi vogliamo giocare e basta“. E sticazzi se i videogiochi parlano di depressione già da un pezzo, perfino nel mainstream se consideri che ad un certo punto di Final Fantasy 7 Cloud è costretto su una sedia a rotelle proprio per via della depressione.
Quelli sono anche gli anni in cui il fenomeno indie inizia ad esplodere. Grazie all’indie nei videogiochi trovano spazio tematiche (e soprattutto persone) che prima non riuscivano a raggiungere il grande pubblico in nessun modo.
E anche questo fa gioco alla causa del Gamergate, che dopo Zoe Quinn prende di mira Brianna Wu (sviluppatrice) e Anita Sarkeesian (critica diventata famosa per la serie Tropes vs. Women in Video Games), divulgando i loro indirizzi di casa e inviando centinaia di minacce di morte.
Sono le prove tecniche per la realtà in cui purtroppo stiamo vivendo oggi.
Dopo il Gamergate ci sono stati decine e decine di casi che, nascondendosi dietro slogan tipo “fuori la politica dai videogiochi”, hanno sfruttato il medium per le loro campagne d’odio. Nell’estate del 2020 per esempio vengono pubblicati dei falsi leak di The Last of Us Parte II – la cui pubblicazione era stata rinviata per via della pandemia – che lo dipingono come un videogioco “troppo di sinistra”, sostenendo senza nessuna prova che uno dei personaggi giocabili addirittura sarebbe stato transgender. Neil Druckmann, l’autore del gioco, viene inserito nelle liste dei “nemici dell’America” dai portali alt-right che si occupano di videogiochi nati sul modello di Breithart News. Ad altre persone va peggio: Near, la mente dietro l’emulatore BSNES, viene preso di mira dalla board Kiwi Farms (un forum nato proprio per facilitare queste molestie) fino al punto da non poterne più e togliersi la vita.
Non bisogna fare l’errore di pensare che tutto questo non riguardi anche l’Italia. Per quanto qui da noi i videogiochi siano ancora un affare di nicchia e il massimo della propaganda provata dalle destre sono stati Salvini e Meloni a Lucca Comics, abbiamo anche noi le nostre piccole 4chan e Kiwi Farms, e non mancano creator dalle posizioni reazionarie (all’uscita di Final Fantasy XVI qualcuno addirittura invitava le persone omosessuali a sviluppare il loro Final Fantasy invece di imporre personaggi gay nel “nostro”).
Il secondo mandato di Trump è figlio di tutte queste strategie applicate per la sua prima elezione e beta-testate proprio durante il Gamergate. Oggi abbiamo semplicemente sostituito Steve Bannon con Elon Musk, ma le narrative sono le medesime. E non è casuale che Musk abbia non solo provato a vendersi come “uno di noi” mentre in realtà il suo account di Path of Exile 2 veniva boostato pagando (”è impossibile battere i giocatori asiatici altrimenti”) e che parallelamente abbia portato avanti battaglie contro “il virus mentale woke” su X – l’ex Twitter comprato da Musk nel 2022 – che hanno riguardato da vicino anche i videogiochi. Ne sa qualcosa Matt Hansen, art director di Avowed: un suo vecchio tweet in cui offriva portfolio review gratuite ad artisti neri nel novembre del 2024 è stato repostato da Musk taggando Satya Nadella (il CEO di Microsoft) chiedendo spiegazioni, dando il via ad una shitstorm a cui si è unito anche l’ex Obsidian Chris Avellone, consigliando a chi avesse mandato il CV all’azienda e fosse stato rimbalzato di sentire un avvocato.
Panem et circenses. Pensiamo che i videogiochi alla fine siano solo videogiochi, e intanto le destre (perché a sinistra inspiegabilmente è almeno una decade che si dorme sulla questione) li utilizzano per portare avanti le loro narrative. Con quelle stesse narrative poi riescono a farsi eleggere per due mandati non consecutivi e usare quel potere come meglio credono.
Invasioni di Stati sovrani incluse.
Maitre 2033: videogiochi radical chic | podcast
Questa settimana il menu del podcast videoludicamente scorretto propone una selezione di giochini di cui i radical chic si sono appropriati. Alcuni vale la pena recuperarli lo stesso, altri decisamente no.
Altre notizie su cui avevamo da ridire
Ubisoft licenzia ancora un sacco di gente che si stava sindacalizzando (anche se dicono “no ma figurati se è per quello”)
di Richard “Amaterasu” Sintoni
L’anno è appena iniziato e Ubisoft ha già deciso da che parte stare nella prossima lista di Babbo Natale.
Dopo dieci anni la software house francese ha chiuso i battenti di Halifax, lasciando a casa 71 persone e cancellando diversi progetti già in cantiere. Inoltre lo studio era anche coinvolto nello sviluppo di Rainbow Six Mobile, in uscita a febbraio e la cui gestione ora passerà in mano ad altrə.
La motivazione della chiusura al solito è suonata da due campane, quella di chi comanda e quella di chi s’è visto arrivare la lettera di licenziamento.
La giustificazione ufficiale di Ubisoft è che questa rottamazione sia parte del piano di riorganizzazione strategica già deciso due anni fa. Peccato che non faccia menzione di quello che i lavoratori stavano facendo: si stavano sindacalizzando.
E viste quante aziende stanno licenziando a nastro per dare spazio alle AI come dargli torto d’altronde.
Già da giugno dell’anno scorso Halifax aveva iniziato il processo per andare sotto l’ala del sindacato CWA, finalizzandolo a metà dicembre. Per ritrovarsi i catenacci allo studio il 7 di gennaio.
Ubisoft nega qualsiasi correlazione tra le cose, e anzi: ribadisce quanto sia rispettosa del diritto dei suoi lavoratori di unirsi a un sindacato.
Talmente tanto rispettosa tra il riassegnare un gruppo di lavoro già formato e affiatato a un altro studio in crisi di personale e il lasciarlo a casa ha preferito la seconda.
Ma d’altronde non c’è da sorprendersi di questa cosa.
Pure Rockstar alla possibilità di avere dei suoi dipendenti di vecchia data protetti da un sindacato ha preferito licenziarli tutti e rimandare GTA 6.
Skate Story: pseudo-recensione illustrata
di Igno
La Luna è il frutto proibito di chi non riesce a dormire. Skate Story racconta lo skateboard attraverso immagini psichedeliche e crea una sorta di mitologia infernale intorno alla sua essenza, ai suoi trick leggendari e alla fisicità dei suoi elementi.
È un gioco che per parlare di ciò che porta nel titolo parla di tutt’altro e dove altri non riuscirebbero in nessuna delle due cose, Skate Story riesce in entrambe. La prima rappresentazione dell’insonnia che risuona davvero con le mie notti passate in una veglia estenuante. In cui la Luna diventa spettro del sonno e al tempo stesso fascinosa tentatrice Impossibile da raggiungere. Il ponte che separa terra e cielo esiste però, ed è fatto di legno e metallo.
Quello che vedete qui sopra è un tentativo di far uscire oltre le parole ciò che Skate Story può rappresentare, immagini sconnesse che si incastrano malamente, un lucido sogno confuso che tenta di battere l’insonnia. Fallendo, come un demone di vetro che si infrange sull’asfalto.
Ma sempre pronto a rimettersi sulla tavola.
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A sinistra purtroppo si dorme mentre la destra usa la cultura di tutti per seminare odio. A sinistra purtroppo si cade spesso, nella trappola dell’odio, perché ci mettiamo a discutere su quale categoria sia più minorizzata o su come bisognerebbe fare le cose per farle nel modo più morale possibile con il risultato che alla fine si finisce per non fare un cazzo, o fare le cose tra pochə stronzə già allineatə. E se qualcuno avesse l’ardire di dire che “pochə stronzə già allineatə” si fa fatica a leggere, beh, verrebbe etichettatə subito come nemico.
L’unica cosa certa, secondo me, è quali sono le categorie che hanno troppo. Indizio: sono quelle che possono chiedere i soldi a Goldman Sachs per aprire società che minano l’oro in WoW, o che si permettono di comprare interi social network e usarli per scrivere quello che cazzo gli pare – e tanto qualche stronzo dirà pure “ad avercene di Elon Musk”.
A me Goldman Sachs riderebbe in faccia, se chiedessi dei soldi per fare qualunque cosa. Quindi Gameromancer tocca farlo pro bono.
E siccome purtroppo abbiam scelto di giocare a sinistra, tocca farlo in mezzo ad un sacco di gente che piuttosto che condividere questa newsletter nel suo caffè letterario del cazzo deciderà di copiarla e prendersene il merito.
Ci leggiamo la settimana prossima. Sia che tu sia qui perché te ne frega qualcosa, sia che tu sia unə freebooter.
Sedici anni dopo la fine del Torneo del Revisore d’Acciaio 2, Pietro Riparbelli crea il GrammarForce, organizzazione militare al servizio, come protezione personale, della Mishima Zaibatsu. È grazie a questa sua compagnia che la pace regna nel mondo. Un giorno, durante uno scavo in Messico, una potentissima forza oscura attacca gli uomini di Pulciaro. L’unico sopravvissuto giunge stremato alla compagnia, riferendo che ad averli attaccati è “Ogre”, il “Dio degli errori di battitura”.




Comunque a me la cosa che fa paura è che nonostante nel 90% dei casi negli indie (o meglio, magari è una percezione miela) si trasmettono valori opposti a quelli delle varie destre mondiali, va a finire che son sempre loro a sfruttarli per il proprio tornaconto.
Che amarezza.